emergenza covid

Cookie Policy

Questo sito Web utilizza i cookie necessari al suo funzionamento e necessari per raggiungere gli scopi illustrati nella politica sulla privacy. Accettando questo o scorrendo questa pagina o continuando a navigare, accetti la nostra politica sulla privacy.

Chiamaci

+39 392 905 9809



Apertura

Lun - Mar - Gio - Ven
9.00 - 12.30 e 16.00 - 19.30
Mer 16.00 - 19.30
Sab 10.00 - 14.00

Medicina Convenzionale

La leishmaniosi canina è una delle malattie più frustranti che il proprietario ed il veterinario possano incontrare. I sintomi sono sfuggenti, a volte netti, mai chiaramente testimoni della patologia in atto (patognomonici). Quindi la diagnosi è complicata, spesso solo presunta, difficilmente di certezza. La terapia risulta solo parzialmente efficace, comunque mai (o quasi mai) risolutiva. Non esiste un vaccino (per lo meno in Europa) e la prevenzione, quando possibile, è solo indiretta, cioè volta ad evitare che il cane venga punto dall’insetto infetto (vettore di Leishmania). Si tratta quindi di una patologia estremamente grave, che segna in maniera indelebile tutti coloro che l’hanno “vista” almeno una volta, fino ad arrivare al paradosso di temerla o sospettarla al minimo accenno sintomatologico, anche quando la Leishmania non c’entra niente.

 Per definizione la leishmaniosi canina è una malattia infettiva (causata da protozoi del genere Leishmania) a trasmissione indiretta (si può propagare per il tramite di un insetto vettore; tecnicamente si tratterebbe di un contagio indiretto, ma per evitare fraintendimenti è preferibile utilizzare il termine contagio solo per le malattie a trasmissione diretta, come quelle da contatto [e non è questo il caso, salvo rarissime eccezioni]), a carattere zoonosico (può essere trasmessa dal cane all’uomo e viceversa). La leishmaniosi umana è considerata in molti Paesi un grave problema di salute pubblica; del resto il parassita risulta largamente diffuso, minacciando ben 350 milioni di persone in 88 Stati di 4 continenti. L’incidenza annuale della malattia è stimata intorno a 1,5-2 milioni di nuovi casi all’anno. Anche nelle zone in cui desta maggior preoccupazione la leishmaniosi umana rispetto a quella canina (soprattutto nei Paesi in via di sviluppo), il nostro animale viene tenuto in grande considerazione, in quanto è considerato il più importante serbatoio (“fonte” d’infezione umana) del parassita, anche se diverse pubblicazioni mettono in discussione questo assunto troppo spesso dato per scontato. Questo dipende soprattutto dalla stretta vicinanza cane-uomo (condividono lo stesso habitat) e dal fatto che nell’animale la malattia ha generalmente andamento cronico, per cui si ha una prolungata persistenza del microrganismo. In questo senso è interessante rilevare come Leishmania sia un “formidabile” parassita, in quanto permette una sopravvivenza protratta dell’ospite canino, e quindi anche di se stessa, almeno fino alla successiva stagione di trasmissione (disponibilità dell’insetto vettore). Ed il fatto che, in un tempo generalmente lungo (anni), l’animale venga portato a morte, suggerisce che il cane sia un ospite recente, in termini evoluzionistici.

La Leishmania sarebbe niente senza il suo ospite invertebrato, il flebotomo vettore, l’insetto che il parassita sfrutta a proprio vantaggio per compiere parte del suo ciclo biologico, senza che lo stesso venga in qualche modo danneggiato (connubio flebotomo-Leishmania evoluzionisticamente antico), per lo meno in senso “vitale”, in realtà, come vedremo in seguito, l’insetto subisce alcune piccole alterazioni finalizzate alla sopravvivenza ed alla trasmissione del parassita. Il protozoo viene definito dixeno, in quanto ha bisogno di due ospiti biologicamente diversi (il flebotomo ed il mammifero) per compiere il proprio ciclo vitale (ciclo biologico). È anche definito dimorfico, perché esiste in 2 forme differenti: promastigote ed amastigote. La prima è quella che Leishmania assume nell’insetto (ed in laboratorio, nei mezzi di coltura), con una morfologia allungata e sottile, provvista di flagello (struttura adibita al movimento ed all’interazione con le strutture cellulari dell’ ospite), della lunghezza di 15-30 micron (1 micron = 0,001 millimetri) per 2-3 micron di larghezza. L’amastigote, forma parassitaria del cane, ha invece una struttura globosa od ovalare, di 2-6 per 2-3 micron, e si localizza prevalentemente all’interno delle cellule fagocitiche mononucleate.

I flebotomi o pappataci sono insetti ditteri (hanno 2 ali); nel bacino del Mediterraneo l’unico genere coinvolto nella trasmissione di Leishmania infantum (la sola specie del protozoo responsabile della malattia alle nostre latitudini) è il Phlebotomus, con alcune specie, tra cui P. perniciosus, P. perfiliewi e P. major. Il ciclo vitale dei flebotomi comprende due diversi stadi biologici: l’adulto volante e la fase di sviluppo (uovo, 4 stadi larvali e pupa), che si realizza in terreni umidi ricchi di materiale organico. Gli adulti hanno 2-4 mm di lunghezza ed il corpo giallastro e peloso. Durante il giorno restano in luoghi oscuri e riparati: abitazioni, cantine, stalle, grotte, crepe dei muri, delle rocce e del suolo, fitta vegetazione, buchi degli alberi, tane di roditori o di altri animali, nidi di uccelli e formicai. L’attività dei flebotomi si realizza nelle ore crepuscolari (un picco appena dopo il tramonto) e notturne. Possono arrivare a coprire fino a 2,3 chilometri e la loro velocità è di circa 1 metro al secondo. Solo le femmine di pappatacio si nutrono di sangue, al fine di permettere la maturazione delle uova (il tempo che intercorre fra un pasto di sangue e la maturazione delle uova è di 4-8 giorni). Analogamente ad altri artropodi ematofagi, il pasto di sangue da parte del flebotomo è preceduto, a livello della superficie cutanea dell’ospite, dalla deposizione di saliva, che contiene sostanze farmacologicamente attive, come anticoagulanti e vasodilatatori (per agevolare la successiva suzione), le quali possono determinare reazioni “allergiche” più o meno gravi. Allorché un flebotomo di sesso femminile punge un mammifero infetto, può ingerire amastigoti intracellulari (probabilmente anche extracellulari) che passano direttamente nella parte addominale dell’intestino. All’interno del pasto di sangue gli amastigoti si trasformano in promastigoti mobili che si moltiplicano attivamente. Successivamente i parassiti migrano verso la parte anteriore dell’intestino, in cui divengono promastigoti metaciclici, le forme infettanti per l’ospite vertebrato (cane) e quindi si localizzano nelle strutture pungitrici. Il tempo minimo in cui si realizzano queste trasformazioni (pasto di sangue – promastigoti metaciclici) è di 5-6 giorni (fino a 19-20, in dipendenza soprattutto delle condizioni climatico-ambientali). La successiva puntura del flebotomo infetto deposita i promastigoti nella cute, e le cellule fagocitarie mononucleate del cane “inglobano” tali promastigoti che si trasformano quindi in amastigoti e si moltiplicano per semplice divisione binaria. I meccanismi che consentono il successo della trasmissione dei promastigoti, dall’apparato buccale del flebotomo alla cute dell’ospite mammifero, sono solo in parte chiariti, ma è evidente che il parassita riesce ad inibire, in qualche misura, la suzione dell’insetto che, almeno inizialmente, ostacolerebbe la “penetrazione” dei promastigoti nell’organismo. Essi infatti producono alcune sostanze che impediscono l’assunzione di sangue da parte del flebotomo, addirittura arrivando a determinare un certo grado di degenerazione dell’apparato pungitore, evento che favorisce il rigurgito dei parassiti stessi.

Fino a pochi anni fa si affermava che la leishmaniosi canina fosse confinata in zone relativamente limitate del centro-sud Italia e delle isole (maggiori e minori). Nel 1989 Gradoni scriveva:

attuali o potenziali focolai sono riconoscibili con distribuzione discontinua in tutte le zone rurali o periurbane della fascia costiera tirrenica e nelle aree collinari ad ovest della dorsale appenninica fino ad una altitudine di 500-600 m s.l.m.; nelle regioni costiere e sub-appenniniche dello Ionio e del basso Adriatico, fino al Gargano….

È probabile che questa situazione dipendesse più da una sottostima della reale incidenza della malattia, che da un’effettiva distribuzione limitata. Comunque sia, è innegabile che attualmente si abbiano segnalazioni di casi da ogni parte d’Italia, anche da regioni tradizionalmente ritenute indenni (Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna). La distribuzione dei casi di leishmaniosi canina non è uniforme nelle regioni endemiche, bensì a focolaio, con differenze anche notevoli fra aree contigue. Questo fatto riflette l’analoga diffusione dei flebotomi vettori che, a sua volta, dipende dalle differenze di habitat. Per spiegare la maggiore urbanizzazione della malattia, sono stati invocati anche interventi umani, come quelli di deforestazione e, nelle grandi città europee, lo spostamento dei residenti dal centro alla periferia, con la proliferazione delle abitazioni monofamiliari dotate di giardino in cui solitamente viene tenuto il cane. Si riporta un elenco (sicuramente sottostimato) di Paesi in cui il cane è il provato o sospetto serbatoio della malattia umana. Europa: Albania, Bosnia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Turchia, ex URSS, Yugoslavia; Africa: Algeria, Egitto, Marocco, Senegal, Sudan, Tunisia; Asia: Cina, Israele, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Yemen; America: Brasile, Bolivia, Colombia, Perù, USA, Venezuela.

Sintom: tutto e il contrario di tutto

I possibili sintomi della malattia sono numerosissimi, ma spesso ne sono presenti solamente alcuni o uno o addirittura nessuno (infezione asintomatica, più frequente della sintomatica). Per questo scordiamoci subito di ottenere una diagnosi esclusivamente clinica: al massimo è ipotizzabile una diagnosi di sospetto (chi ha una certa esperienza, non importa che sia veterinario o no, “intravede” un cane leishmaniotico [classico] anche a distanza). Ricordiamo comunque che un congruo numero di cani infetti non mostra segni clinici né anticorpi anti-Leishmania (test sierologico negativo). Dopo un periodo d’incubazione piuttosto lungo (da un mese a 4 anni: dati sperimentali, in condizioni naturali il momento dell’infezione resta sconosciuto), la malattia si presenta solitamente in forma cronica e generalizzata, anche se ci possono essere manifestazioni prevalenti o quasi esclusive in singoli apparati (a differenza che nell’uomo in cui si distinguono le forme viscerale, cutanea, muco-cutanea e dermica-post-viscerale, non tutte dovute alla “nostra” Leishmania), con manifestazioni a carico della cute, delle mucose e di carattere generale.

Vediamo quali sono queste manifestazioni, in ordine di frequenza:

  • Ingrossamento dei linfonodi;
  • Lesioni cutanee (dermatite furfuracea, ulcere, alopecia perioculare e diffusa, unghie abnormemente lunghe, pustole, depigmentazione nasale, noduli non ulcerati);
  • Mucose pallide;
  • Dimagrimento;
  • Febbre;
  • Abbattimento;
  • Anoressia (perdita/assenza d’appetito);
  • Ingrossamento della milza e del fegato;
  • Insufficienza renale;
  • Lesioni oculari (non solo congiuntivite);
  • Fuoriuscita di sangue dalle narici;
  • Lesioni articolari.

La perdita di pelo, benché possa essere diffusa a tutto il corpo, si presenta di preferenza su alcune aree, non solo, come abbiamo visto, nel contorno degli occhi: padiglioni auricolari, dorso del naso, collo, prominenze ossee (gomiti, garretti, anche), regione lombare e coda. Le zone inizialmente alopeciche vanno incontro ad infiammazione e/o eczema furfuraceo ed eventualmente ad ulcerazione, anche se a volte, queste ultime lesioni, sono l’espressione di una sovrainfezione batterica (piodermite). Comunque sia le alterazioni cutanee puramente leishmaniotiche non sono pruriginose. L’aspetto generale del cane, in certi casi cutanei particolarmente avanzati, è quello di un soggetto anziano (“cane vecchio”). A volte si possono sovrapporre lesioni da rogna demodettica (rogna rossa), anche in animali adulti. Possono essere presenti zoppie più o meno evidenti, probabili espressioni di danni a livello muscolare, osseo ed articolare. Nei pazienti renali si evidenzia anche l’aumento dell’urinazione (poliuria) e della sete (polidipsia). Meno frequentemente si possono osservare diarrea, lesioni genitali, aborto nella fase avanzata della gravidanza ed alterazioni nervose come paresi e paralisi degli arti posteriori (soprattutto nelle rare forme acute).

Sono sempre presenti almeno alcune alterazioni degli esami di laboratorio, tra le quali, in ordine di frequenza, si annoverano: iperglobulinemia, basso rapporto albumina/globuline, ipoalbuminemia, iperproteinemia, anemia (diminuzione dei globuli rossi, dell’ematocrito, dell’emoglobina), diminuzione o aumento dei globuli bianchi, diminuzione delle piastrine, iperazotemia (aumento di creatininemia e BUN, indici [tardivi] più evidenti di danno renale), aumento di alcuni enzimi epatici nel sangue (transaminasi: ALT [ex GPT], AST [ex GOT]), presenza di proteine nelle urine (proteinuria: lesioni renali).

Per quanto riguarda la diagnosi, c’è da dire che la leishmaniosi non va confusa con alcune patologie (diagnosi differenziale), pure presenti nelle aree endemiche, che comunque possono anche manifestarsi concomitantemente alla leishmaniosi stessa: malattie trasmesse da zecche (ehrlichiosi, epatozoonosi, babesiosi), linfoma, dermatite allergica alimentare, da morso di pulci ed atopica, la già citata rogna demodettica e la sarcoptica (scabbia). Ai fini della diagnosi certa risultano fondamentali gli esami di laboratorio, alcuni dei quali possono essere eseguiti direttamente in ambulatorio, mentre altri, più sensibili e precisi, richiedono l’intervento di centri specializzati ed attrezzati (università, istituti zooprofilattici sperimentali, ecc.). Si distinguono esami specifici (quelli che ricercano, direttamente o indirettamente, la presenza del parassita) ed aspecifici (quelli che indagano le alterazioni laboratoristiche di cui abbiamo parlato). Tra i primi ci sono i test rapidi ambulatoriali (“completamente” attendibili solo in caso di positività [come del resto tutti gli esami del mondo: qualsiasi risultato negativo non esclude senz'ombra di dubbio la presenza di ciò che si sta cercando]), gli esami bioptici (linfonodi, midollo osseo, milza) seguiti dall’osservazione microscopia, gli esami sierologici (immunofluorescenza indiretta, ELISA, ecc.) e le tecniche molecolari (PCR). Tra gli esami aspecifici merita menzione l’elettroforesi delle proteine sieriche: si tratta di un esame quali-quantitativo che svela l’eventuale alterazione delle sieroproteine (albumina, globuline alfa, beta e gamma) e dei loro rapporti; quadri di ipoalbuminemia ed aumento delle frazioni globuliniche beta e gamma, con proteine totali aumentate, sono decisamente sospetti di leishmaniosi. Questo saggio può essere utilizzato anche per il monitoraggio della bontà della terapia, anche se spesso i suoi risultati restano alterati piuttosto a lungo, pur in presenza – eventualmente – di uno stato clinico generale tutto sommato soddisfacente, se non perfetto.

Curabilità

La leishmaniosi canina è chiaramente curabile ma praticamente inguaribile dal punto di vista parassitologico, al contrario di quello puramente sintomatologico. Alcuni affermano che, in seguito ad opportuna terapia, è possibile la guarigione completa, ma la tendenza più diffusa del mondo scientifico è quella di considerare la Leishmania sempre presente, in qualche modo ed in qualche sede, nell’organismo. Frequentemente invece, quando le condizioni iniziali del cane non sono disperate (soprattutto la funzionalità renale), si ottiene la scomparsa dei sintomi (soprattutto quelli cutanei) e l’animale può condurre, anche per lungo tempo, un’esistenza soddisfacente (un animale asintomatico o con pochi sintomi è anche molto meno fonte d’infezione rispetto ad uno sintomatico). Purtroppo spesso si realizzano le recidive (ricadute) che richiedono una nuova terapia, per cui i soggetti clinicamente guariti debbono essere controllati periodicamente. Il farmaco ideale contro la leishmaniosi canina non esiste, in quanto dovrebbe possedere spiccata attività leishmanicida, immunomodulatrice, a bassissima tossicità e senza effetti collaterali, di facile somministrazione e reperibilità in commercio, infine dovrebbe permettere terapie di breve durata.

Prevenzione

Di fronte a possibili quadri sintomatologici devastanti, ad una diagnosi quantomeno complessa, ad una terapia mai completamente risolutiva, quali possono essere le alternative allo stato di prostrazione psico-fisica della triade cane-proprietario-veterinario? Tutta la medicina moderna fonda i suoi successi sull’aspetto profilattico, più che su quello terapeutico. E questo è quanto mai vero per la leishmaniosi canina. Benché gli studi sui vaccini siano piuttosto intensi, siamo ben lontani dalla non siamo ancora prossimi alla speranza di ottenere un prodotto realmente efficace e sicuro un qualche risultato incoraggiante (notare l’esiguo cambiamento concettuale dal 2002 ad oggi). Preclusa dunque, almeno per il momento, ogni possibilità di profilassi diretta (vaccinazione), le uniche speranze restano quelle di prevenzione indiretta, in particolare evitando che i flebotomi pungano i cani. La battaglia ambientale contro i pappataci è persa in partenza, vista l’impossibilità dell’utilizzo massivo di insetticidi in aree tanto diverse (habitat dei flebotomi) e diffuse su tutto il territorio. Anche l’eventuale intervento sui serbatoi di Leishmania è tutt’altro che agevole, di fatto impossibile. In verità da più parti viene proposto lo stamping-out (uccisione in massa) dei cani positivi, soprattutto per diminuire l’incidenza della malattia nell’uomo, ma i risultati sperimentali di questi tentativi – praticati in Sicilia, Cina e Brasile – sono stati contrastanti, spesso fallimentari. Infatti c’è una miriade di fattori da considerare, prima di dare effettivo credito a queste pratiche, in primis l’esistenza dei serbatoi selvatici (cani randagi, lupi, volpi, roditori, forse rettili, ecc.) o comunque diversi dal cane (uomini e gatti). Se associamo questi aspetti a naturali considerazioni di ordine etico-morale, non si può che concludere, con Catarsini, che è del tutto inutile ed anche illusorio e delittuoso pensare di combattere la leishmaniosi uccidendo i cani domestici nei quali è stata accertata la malattia.

Gli unici interventi praticamente realizzabili, che forniscono risultati variamente incoraggianti, sono quelli di prevenzione delle punture dei flebotomi. Abbiamo qui volutamente tralasciato l’aggettivo “infetti” riferito ai flebotomi, in quanto tutti i dispositivi “anti-punture” andrebbero adottati non solo per proteggere i cani sani dai pappataci infestanti, ma anche per evitare che insetti non infetti possano assumere il parassita, pungendo i cani positivi, e rappresentare così un problema per la salute animale ed umana. Certamente anche un soggetto già leishmaniotico trae giovamento da queste misure preventive, evitando il rischio di aumentare la sua carica parassitaria, già così difficile da abbattere. I possibili metodi d’intervento sono diversi e possono/debbono essere adottati anche in associazione tra loro. Si deve evitare, per quanto possibile, di far dormire il cane all’aperto durante la notte, durante il periodo primaverile-estivo: la maggior parte degli animali infetti vive costantemente in box a cielo aperto; il fatto che i cani esclusivamente adibiti alla compagnia – segnatamente quelli di piccola taglia – siano colpiti dalla malattia in bassa percentuale, riflette proprio il loro stile di vita prevalentemente domestico. Analogamente anche le passeggiate serali rappresentano un rischio potenziale anche se, durante il movimento, le punture dei flebotomi risultano difficoltose. I box e le finestre delle abitazioni dovrebbero essere dotati di zanzariere a maglia fitta (lato non superiore a 2 mm), eventualmente impregnate con qualche buon prodotto insetticida-insettorepellente. Possono essere utili anche i dispositivi elettrici “friggi-zanzare” o le “trappole appiccicose”, da porre nelle immediate vicinanze dei luoghi di riposo notturni dei cani. Un discorso a parte deve essere dedicato ai prodotti repellenti da applicare direttamente sulla cute e sul pelo degli animali: le sostanze dotate di migliore attività contro i pappataci sono risultati i piretroidi sintetici. In commercio sono presenti diverse formulazioni spray a base di permetrina (Duowin®, Defendog®), tetrametrina (Neo Erlen®) o sostanze naturali (Fly-Away®). A prescindere dalle quantità in cui sono presenti i componenti attivi, questi prodotti soffrono di limiti insiti nella loro modalità di applicazione, che risulta discontinua e poco controllabile. Exspot® ed Advantix® sono formulazioni spot-on (pipette da spremere sulla cute) a base di permetrina (+ imidacloprid, un antipulci, nel secondo), che studi scientifici dimostrano essere efficaci nella prevenzione delle punture dei flebotomi. Dal 1997 ad oggi sono comparse numerose pubblicazioni su ricerche effettuate per valutare l’effetto “anti-feeding” (contro il pasto di sangue) nei confronti dei pappataci, da parte del collare Scalibor Protector Band® (principio attivo: deltametrina). Questi studi, massicciamente promossi dalla ditta produttrice (Intervet™), dimostrano come l’applicazione di detto collare ai cani che vivono in aree fortemente endemiche per leishmaniosi, risulti in una protezione statisticamente significativa, in comparazione ai cani di controllo (senza collare). Valutando il tasso di sieroconversione (comparsa degli anticorpi anti-Leishmania) sono state ottenute percentuali di protezione fino al 75-86%, in dipendenza della diversa pressione di diffusione stagionale dei flebotomi. Pur trattandosi di dati estremamente positivi, non si deve dimenticare che il collare e/o le gocce non possono rappresentare una protezione “assoluta” (come qualsiasi dispositivo “anti-pappatacio”). Si può però supporre, come lasciano intuire alcuni studi, che l’utilizzo massivo di questi mezzi preventivi possa portare ad una riduzione dei casi di leishmaniosi canina ed umana, al di là del valore profilattico per i singoli animali.

Se trattiamo i cani ammalati con i migliori mezzi terapeutici a disposizione, se cerchiamo di prevenire le punture degli insetti vettori con dispositivi di provata efficacia, veramente non c’è ragione che i concetti di stress e depressione possano caratterizzare il nostro rapporto con la leishmaniosi canina. L’importante, come diceva Luigi Di Bella, è avere la coscienza di aver fatto tutto quello che era possibile fare.

 

tratto da http://www.leishmania.it

Pin It